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“Il dio confezionato”

“Il dio confezionato”

Letture di riferimento:

Riferimenti: Nm. 11,25-29

In quei giorni, il Signore scese nella nube e parlò a Mosè: tolse parte dello spirito che era su di lui e lo pose sopra i settanta uomini anziani; quando lo spirito si fu posato su di loro, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito.

Ma erano rimasti due uomini nell’accampamento, uno chiamato Eldad e l’altro Medad. E lo spirito si posò su di loro; erano fra gli iscritti, ma non erano usciti per andare alla tenda. Si misero a profetizzare nell’accampamento.

 Un giovane corse ad annunciarlo a Mosè e disse: «Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento». Giosuè, figlio di Nun, servitore di Mosè fin dalla sua adolescenza, prese la parola e disse: «Mosè, mio signore, impediscili!». Ma Mosè gli disse: «Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!».

 

Mc. 9,38-40

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi.

 Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.

 Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».

 

Riflessioni:

L’episodio raccontato in Numeri risale ai tempi di Mosè, 1200 a.C., ma è stato messo per iscritto nella forma attuale almeno due secoli dopo, ai tempi di re Salomone. Salomone è stato l’ultimo grande re di Israele e il suo nome è legato al Tempio che fece costruire. Tempio di Dio, ovviamente, ma anche monumento alla monarchia e soprattutto potente strumento di governo. Attraverso la casta sacerdotale foraggiata dalla monarchia, la voce del re arrivava anche nei più sperduti villaggi ed aveva un potere di persuasione che arrivava fino alle coscienze. La religione a servizio del potere politico non poteva essere che una religiosità superficiale e festaiola, fatta di grandi manifestazioni esteriori e spettacolari ma assolutamente priva di ogni coinvolgimento interiore o etico.

Alcuni uomini coraggiosi cercarono di reagire a questo andazzo: che cosa importa a Dio delle vostre processioni e dei vostri sacrifici? Dio vuole la giustizia, che rispettiate il diritto del povero, che non vi facciate la forca l’un l’altro, Dio vuole che non si rubi, che si dica la verità, che si rispetti il più debole. Questi uomini si chiamavano Amos, Osea, Isaia… Erano i profeti.

Una voce fuori dal coro, un dissenso religioso fortemente contrastato dal potere religioso ufficiale, ma che rappresentava la voce di Dio.

L’episodio raccontato nei Numeri, scritto proprio in questo ambiente culturale, è lo specchio esatto della situazione:

quelli cantano fuori dal coro, facciamoli tacere. Ma Mosè il grande saggio si oppone: lasciateli parlare, fossero tutti profeti!

Nel vangelo un episodio molto simile, dove Gesù trae le stesse conclusioni: lasciateli parlare anche se non sono dei nostri.

Da queste due letture emerge una verità di immensa portata: Dio è più grande di ogni pensiero umano, di ogni religione, di ogni gruppo sociale, di ogni popolo, di ogni cultura. Nessuno ha il monopolio di Dio.

Gran parte del male che ha devastato l’umanità nella sua storia è derivato dalla pretesa di avere il monopolio di Dio, dalla pretesa di possedere l’interpretazione autentica del suo pensiero.

Dio è con noi“: lo dicevano i crociati, i guerrieri del Saladino, le SS tedesche lo avevano scritto sulla divisa, “gott mit uns”, oggi lo dicono i fanatici dell’Isis.

Certo Dio è con noi, ma non è solo con noi, è con tutti e quindi è anche con gli altri.

E soprattutto non è contro nessuno.

E quando noi ci mettiamo contro qualcuno, Dio non sa più da che parte stare.

Mosè non si è messo contro, e Gesù non ha fatto tacere.

La saggezza del capo sta nel riconoscere che ci può essere del bene anche al di là di ciò che è fuori del suo controllo. Il capo illuminato, profetico, è colui che sa superare il pregiudizio secondo cui solo noi, ossia il gruppo con cui ci identifichiamo, sa fare cose buone.

Guardate che questo pregiudizio ha accompagnato tutta la storia della politica dall’unità d’Italia in poi. Quando era la chiesa che parlava di giustizia sociale andava bene, quando ne parlavano i socialisti non andava bene. Quando Papa Leone XIII diceva che chi lavora ha diritto a vivere con dignità si ispirava al vangelo, quando lo dicevano i comunisti erano parole ispirate da una dottrina atea, e dunque “apriti cielo”!

Ancora molto diffuso nel mondo cattolico, costituisce un ostacolo alla collaborazione fra strutture simili, ci sono i “poveri della San Vincenzo” e i “poveri del comune”, strutture ecclesiastiche e ad es. strutture pubbliche.

Non è attraverso le contrapposizioni ideologiche, muro contro muro, che si risolvono i problemi: detto da noi è sacrosanta verità, detto da loro è una infame menzogna. In questo modo non si va da nessuna parte.

E questo lo devono capire la chiesa, la politica, l’associazionismo, il mondo del volontariato, un po’ tutti quanti. Nessuno ha il monopolio di Dio o l’esclusiva della verità, tutti ne possiamo avere un pezzo ma se non mettiamo insieme questi pezzi la verità intera non si troverà mai.

Diceva un saggio: chi pretende di ergersi a giudice del bene e del male in questo mondo, è destinato a naufragare tra le risate degli dei.

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